Sveva Giribaldi Laurenti Psicologa Psicoterapeuta
Stai leggendo:

Attaccamento disorganizzato

Secondo John Bowlby, il comportamento innato di “attaccamento” si può definire come insieme di comportamenti tesi a conseguire la prossimità fisica con una figura che può proteggere e confortare. Lo scopo dell’attaccamento da parte del bambino, quindi, è quello di raggiungere qualcuno che lo protegga nei momenti in cui si sente vulnerabile: prova sentimenti di paura, dolore, sconforto; di fronte a tali sentimenti, si attiva il sistema motivazionale dell’attaccamento e, quindi, tutti i comportamenti di ricerca della prossimità. Quando riesce ad ottenere conforto e cure, il bambino può provare gioia e tornare ad esplorare l’ambiente: l’attaccamento, infatti, non è legato al concetto di dipendenza, anzi, è l’esatto contrario, in quanto la qualità dell’attaccamento è legata alla capacità di esplorare, all’autonomia, all’indipendenza.

Gli studiosi hanno rilevato quattro tipi di attaccamento:

  • Sicuro
  • Ambivalente-resistente
  • Evitante
  • Disorganizzato

I primi tre tipi di attaccamento sono comunque organizzati, cioè prevedono strategie coerenti per il raggiungimento della meta. L’attaccamento disorganizzato, invece, non ha una strategia coerente: il bambino è portato a cercare la vicinanza se prova sentimenti di paura, sconforto, dolore, ma fa cose incongrue con il raggiungimento della meta. Ad esempio, osservando il bambino, lo si vede avvicinarsi alla madre con il viso girato, o coprendosi gli occhi, oppure si avvicina e cambia direzione all’improvviso.

La definizione di “disorganizzazione” è un costrutto osservato e codificato successivamente rispetto ai primi studi sull’attaccamento e la sua relazione con la psicopatologia è molto recente. Lyons-Ruth e Jacobcitz (1999, 2008) definiscono l’attaccamento disorganizzato una modalità in cui il bambino non riesce ad organizzare una strategia comportamentale coerente, mostra un disorientamento rispetto all’obiettivo delle proprie azioni ed evidenti oscillazioni dell’attenzione nei confronti della figura di attaccamento.

Il “disorientamento” si riferisce al fatto che il bambino sembra non sapere qual è lo scopo, mentre l’“oscillazione dell’attenzione” è il corrispettivo di ciò che vive la figura di attaccamento: anche questa, infatti, non riconosce i segnali del figlio, la sua attenzione oscilla, a volte coglie i suoi bisogni, altre volte no.

La relazione madre-bambino che potrebbe far sviluppare l’attaccamento disorganizzato è modellata dall’esperienza di paura che il bambino esperisce nei confronti della figura di attaccamento. Mary Main (1999, 2006) la definisce “paura senza soluzione”, dato che la figura di attaccamento diventa sia fonte di paura che colei che dà cura e protezione; in questo senso la relazione spaventa. Nel bambino  si configura una sorta di stallo motivazionale, di conflitto irrisolvibile tra l’istinto di allontanamento e fuga, da un lato, e la spinta all’avvicinamento dall’altro. Da qui, l’impossibilità di trovare strategie organizzate e coerenti di comportamento e di attenzione. Tutto questo si riferisce ad un periodo di età del bambino compreso tra i 12 e 36 mesi, periodo in cui il suo comportamento si organizza.

Nel caso dell’attaccamento disorganizzato, la figura di attaccamento si trova in una condizione “spaventata-spaventante”: può spaventare il bambino in modo diretto (attraverso violenze, abusi fisici e sessuali) o indiretto. In quest’ultimo caso, la madre potrebbe essere lei stessa spaventata, e perciò avere espressioni di paura: la nascita del primo figlio potrebbe far emergere il ricordo di esperienze e memorie traumatiche che lei stessa ha subito, o potrebbe essere ancora coinvolta in un lutto recente o non ancora elaborato. L’espressione del volto della figura di attaccamento non è legata, quindi, alla relazione con il bambino ma alla memoria e al ricordo.

Le esperienze che si fanno nelle prime fasi della vita vengono memorizzate ed utilizzate per trovare delle regolarità che diano una certa prevedibilità sulla quale poter contare per scegliere il comportamento migliore per il raggiungimento dello scopo prefissato; inoltre, queste prime esperienze relazionali con la madre diventano elementi primari di conoscenza di sé e degli altri: questi schemi su se stessi e sugli altri, spesso impliciti ed inconsapevoli, moduleranno la modalità con cui il bambino nel corso della sua vita costruirà, manterrà, romperà, riparerà i propri rapporti affettivi.

Più è insicuro l’attaccamento, più è rigida l’organizzazione degli schemi, dato che quella relazione ha permesso al bambino di sviluppare un’unica strategia di comportamento che poi verrà generalizzata. Il vantaggio di poter operare in automatico in un ambiente prevedibile, si può tramutare, per chi ha avuto cure distorte, in uno svantaggio quando il bambino diventa un adulto e si trova di fronte a contesti sociali e fisici diversi dalle sue prime esperienze. Questa dimensione non immediatamente consapevole che interviene nei rapporti interpersonali, però, può diventare consapevole con una terapia o con una profonda riflessione personale che porti il soggetto ad un modo di relazionarsi sicuro e fiducioso (attaccamento sicuro “guadagnato”). Le persone con attaccamento sicuro riescono ad accogliere nuove informazioni anche contrastanti sull’andamento della relazione, integrandole in rappresentazioni flessibili e allo stesso tempo ben strutturate, così che le informazioni discrepanti con le proprie aspettative di essere protetto possano essere collocate tra le eccezioni e non scardinano la sicurezza di base.

 


BIBLIOGRAFIA

  • Attili, G., 2007: Attaccamento e costruzione evoluzionistica della mente. Normalità, patologia, terapia. Raffaello Cortina
  • Liotti G., Farina B., Rainone A., 2005: Due terapeuti per un paziente. Dalla teoria dell’attaccamento alle psicoterapie a setting multipli. Edizioni Laterza
  • John Bowlby, Attaccamento e perdita, Bollati Boringhieri, 1999
  • Lyons-Ruth K, Jacobvitz D., Attachment disorganization: Unresolved loss, relational violence, and lapses in behavioral and attentional strategies. In: Cassidy J, Shaver P, editors. Handbook of attachment: Theory, research, and clinical implications. Guilford Press; New York: 1999. pp. 520–554.
  • Main M., L’attaccamento. Dal comportamento alla rappresentazione, Raffaello Cortina Editore, 2008

Dott.ssa Sveva Giribaldi Laurenti
Psicologa Psicoterapeuta a Perugia

Dott.ssa Sveva Giribaldi Laurenti Psicologa Psicoterapeuta
Perugia

declino responsabilità | privacy policy | cookies policy | codice deontologico

Iscritta all’Albo Professionale degli Psicologi dell'Umbria n. 856
Laurea in Psicologia Clinica - Specializzazione in Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale
P.I. 03137660548

 

AVVISO: Le informazioni contenute in questo sito non vanno utilizzate come strumento di autodiagnosi o di automedicazione. I consigli forniti via web o email vanno intesi come meri suggerimenti di comportamento. La visita psicologica tradizionale rappresenta il solo strumento diagnostico per un efficace trattamento terapeutico.

©2017 Tutti i testi presenti su questo sito sono di proprietà della Dott.ssa Sveva Giribaldi Laurenti
© 2017. «powered by Psicologi Italia». E' severamente vietata la riproduzione, anche parziale, delle pagine e dei contenuti di questo sito.
www.psicologi-italia.it