Sveva Giribaldi Laurenti Psicologa Psicoterapeuta
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Considerazioni sull’autosvelamento (self-disclosure) del terapeuta con il paziente

Dagli studi più recenti emerge che l’uso di questa tecnica è un’area paludosa per gli psicologi (Hanson, 2005). Infatti sembrerebbe che la self-disclosure non sia uno strumento appartenente ad una precisa cornice teorica, ma venga piuttosto utilizzata in base all’esperienza, alla personalità, al particolare paziente che è di fronte al terapeuta. L’uso di questa tecnica o meno, quindi, dipende da una scelta soggettiva operata dal terapeuta sul momento.

In uno studio pilota condotto nel 2007 (Rummel – Kluge e coll., 2007), i risultati dimostrano che il 96% dei pazienti schizofrenici che hanno fruito di un servizio altamente innovativo, il counseling fornito da persone che hanno sofferto di schizofrenia, consiglierebbe questo trattamento come strumento aggiuntivo utile alla terapia: essi, infatti, si sentono compresi, quindi validati, nei loro sintomi. Proprio su questo effetto di validazione, Semerari (2003) fonderebbe la possibilità di migliorare la capacità di comprendere meglio la mente propria ed altrui, cioè la metacognizione la quale, secondo molti studi (Bell et al., 2007; Bora et al., 2007; Lysaker & Buck 2008) è strettamente correlata al miglioramento delle funzioni sociali e conseguentemente della qualità della vita del paziente psichiatrico grave. L’esplicitazione della propria mente, dei propri pensieri e delle proprie emozioni da parte dell’interlocutore, infatti, permetterebbe al paziente di individuare i propri stati interni riuscendo, in tal modo, a distinguere la propria interiorità dalla realtà esterna ed a riconoscere e gestire le proprie esperienze sintomatologiche. In effetti già da tempo alcune terapie psicologiche di comprovata efficacia come quella degli Alcolisti Anonimi (Gabbard, 2006), secondo alcune ricerche (per esempio A. J. Mallow, 1998) sembra che fondino la propria riuscita sulla possibilità da parte dei partecipanti al gruppo di riconoscersi attraverso lo svelamento dei propri stati interni di un interlocutore che presenta i loro stessi sintomi. Questa apertura permetterebbe agli altri partecipanti di migliorare la capacità di leggere i vissuti interiori di se stessi e degli altri.

La comprensione dei sintomi del paziente, infatti, rinforza la fiducia fra terapeuta e paziente ed è stata ampiamente dimostrata la forte correlazione fra la cooperazione nel lavoro terapeutico con gli esiti positivi del trattamento (Gilbert & Leahy, 2009)); ma la ricerca condotta da Billow (Billow, 2010) sottolinea come l’autosvelamento del terapeuta, per risultare opportuno ed efficace, non possa prescindere da quattro fattori fondamentali: assenza di giudizio; integrità; sincerità; autenticità.

Queste caratteristiche del terapeuta faciliterebbero l’instaurarsi di un clima di fiducia stimolando nel paziente il concetto di reciprocità nel raggiungimento degli obiettivi terapeutici. L’esito positivo delle sedute condotte da clinici con queste caratteristiche risulta trasversale rispetto alle specifiche cornici teoriche utilizzate dai singoli specialisti.

In uno studio trans-culturale (Skytte Glue, o’ Neill, 2010) si confrontavano le modalità con cui entravano in relazione tre terapeuti danesi e tre inglesi attraverso l’analisi delle interviste rivolte agli stessi clinici. Ne è emerso che in entrambi gli Stati la tecnica della self-disclosure viene ampiamente utilizzata perché ritenuta potente dal punto di vista relazionale. In particolare veniva messo in risalto da tutti e sei gli psicologi l’importanza di ammettere con il paziente i propri errori. Naturalmente la raccomandazione è quella di avere sempre ben chiaro il tipo di paziente che si ha di fronte e valutare se sia o no il caso di aprirsi con lui. In ogni caso emerge che l’utilizzo di questo delicato strumento sia legato più ad una decisione personale che ad un orientamento teorico.

L’autosvelamento del terapeuta al paziente, quindi, sembrerebbe essere una tecnica potenzialmente molto efficace per la terapia. Ma capire bene perché, come e quando farne uso richiede un’attenta valutazione. L’utilizzo della self-disclosure necessita di una particolare cura verso i confini del setting, in particolar modo richiede che il suo utilizzo sia etico ed appropriato all’interno del lavoro terapeutico. Dalle ricerche riportate emerge la raccomandazione di farne un uso terapeutico, senza evitarne l’utilizzo proficuo per il timore di oltrepassare i limiti della relazione, ma ricorrendovi, quando ritenuto opportuno, a seguito di una ragionata decisione che la inserisca all’interno del contesto terapeutico che si sta delineando fra paziente e psicologo, e che tenga conto delle motivazioni del clinico per introdurre questa tecnica, il tipo di paziente con la sua storia e i suoi bisogni e le reciproche differenze individuali.


BIBLIOGRAFIA

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  • Semerari A., (2009), Storia, teorie e tecniche della psicoterapia cognitiva, Editori Laterza, Roma
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  • Mallow A. J., (1998), Self-disclosure: reconciling psychoanalytic psychotherapy and Alcoholist Anonymous philosophy, Journal of substance abuse treatment, 15, 493-498
  • Billow R. M., (2010), Models of therapeutic engagement. Part II: sincerity and authenticity, Derner Postgraduate Institute, Derner Postgraduate Programs in Psychoanalysis and Psychotherapy, Adelphi University, NY
  • Skytte Glue L., O’Neill M., (2010), A qualitative investigation into the experience of psychologist’s around self-disclosure when working with clients, Procedia social and behavioural science, 5: 1456-1458

Dott.ssa Sveva Giribaldi Laurenti
Psicologa Psicoterapeuta a Perugia

Dott.ssa Sveva Giribaldi Laurenti Psicologa Psicoterapeuta
Perugia

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Iscritta all’Albo Professionale degli Psicologi dell'Umbria n. 856
Laurea in Psicologia Clinica - Specializzazione in Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale
P.I. 03137660548

 

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