Sveva Giribaldi Laurenti Psicologa Psicoterapeuta
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Parliamo di emozioni

Ultimamente si sente sempre più spesso parlare delle emozioni e del loro valore.

Ma, prima di tutto, che cos’è l’emozione?

L’emozione si può definire come un’intensa reazione che coinvolge sia l’apparato neurovegetativo, sia quello cognitivo: essa, infatti, riguarda sicuramente il nostro corpo e la sua reazione cosiddetta “involontaria” (aumento della frequenza cardiaca, respiro affannoso, rossore nel volto, tensione muscolare, perdita o aumento dell’appetito, del sonno …). Ma, come tutti sappiamo, riguarda anche i nostri processi mentali, infatti abbiamo la sensazione che essa origini nella mente.

In effetti, molto spesso, siamo convinti che ad un evento segua un’emozione, ossia che l’evento ne sia la causa. In realtà, se ci pensiamo bene, ci accorgiamo che l’evento in sé è neutro, non è né positivo (cioè generatore di emozioni “positive”), né negativo (generatore di emozioni opposte). Questo perché non è ciò che accade a provocarmi un’emozione, ma il mio significato personale di fronte a quel fatto: se per esempio sono solo in casa e sento un rumore nell’altra stanza, posso pensare che sia entrato un ladro, allora proverò paura; oppure credo che il mio cagnolino ne stia combinando una delle sue e allora proverò tenerezza, ma forse rabbia se sono di fretta … insomma il significato agli eventi lo dà ciascuno di noi in maniera estremamente individuale. Quindi è proprio questo significato, cioè il pensiero che ciascuno di noi costruisce sull’accaduto, a generare le emozioni!

Perciò una delle caratteristiche più importanti delle emozioni è quella di costituire quel ponte di passaggio fra corpo e mente ricercato fina dai tempi di Cartesio: in realtà a molti è capitata l’esperienza di un malessere fisico che non trova spiegazioni a livello organico e le cui cause sono invece rintracciabili a livello psicologico. Questo aspetto delle emozioni risulta tanto più importante oggi, in una società come quella occidentale in cui storicamente e filosoficamente da tempi lontanissimi le emozioni vengono demonizzate come nemiche della ragione (fin dai tempi di Platone e di Zenone e lo Stoicismo …) e viene invece esaltata la figura del “saggio” come imperturbabile ed indifferente agli accadimenti della vita. In realtà, quello che sarebbe importante dovrebbe essere imparare a gestire le emozioni, non eliminarle, cioè a contenerle entro una certa finestra in modo che non si presentino né con un’intensità troppo bassa (ci sfuggirebbero molti significati della nostra esistenza) né troppo alta (sarebbero eccessivamente invadenti e ci impedirebbero di osservare altre cose che stanno avvenendo).

Infatti tutte le emozioni hanno il valore di guida verso i nostri obiettivi. Sono state individuate dagli studiosi circa 6 emozioni cosiddette “di base”, cioè innate, di cui tutte le altre sarebbero delle varianti che comprendono più di una di queste (emozioni cosiddette “complesse”), anche se gli studi in proposito stanno proseguendo con grande interesse. Esse sono: sorpresa, gioia, tristezza, paura, rabbia, disgusto. Perciò, nonostante nel linguaggio si usi comunemente parlare di emozioni “positive” o “negative” in riferimento alla facilità con cui riusciamo a conviverci, in realtà nessuna di esse si può né si deve eliminare. Anche perché, a causa dello stretto legame che c’è fra mente e corpo proprio attraverso le emozioni, tentare di sopprimerle, o credere di averlo fatto, darà luogo ad una serie di sintomi psicosomatici ormai conosciuti (per esempio: psoriasi, emicranie, vertigini). Una delle emozioni più frequenti e difficili da tollerare, per esempio, è l’ansia. A livello cognitivo essa si manifesta come una preoccupazione intorno ad un rischio percepito come altamente probabile ed il cui verificarsi viene ritenuto molto grave. A livello fisico il soggetto sente spesso accelerazione cardiaca, e sudorazione accompagnati qualche volta da un periodo di insonnia. Il desiderio di sentirsi meglio è legittimo ma bisogna tenere presenti due punti:

  1. Tutte le emozioni sono naturali, pertanto ineliminabili e se restano entro una soglia che non genera ricadute nella vita del soggetto non sono patologiche ma sane.
  2. Tutte le emozioni ci suggeriscono qualcosa rispetto a noi stessi e al punto in cui ci troviamo rispetto alle mete che vogliamo raggiungere e l’ansia mi indica che un obiettivo per me importante è minacciato. Nonostante la fatica di cover tollerare le sensazioni ansiose, questa emozione mi spinge positivamente ad elaborare una strategia per cercare di raggiungere i miei fini.

Ma anche le altre emozioni ci guidano in base come siamo e ciò verso cui ci stiamo dirigendo: la tristezza ci dice che l’obiettivo è stato mancato, perciò o riprovo con una nuova strategia o, se non ho una seconda possibilità, devo cambiare l’obiettivo (per esempio imparare a vivere senza ciò che desideravo); la gioia , invece è l’emozione dell’obiettivo raggiunto, ci indica che abbiamo tagliato il traguardo e possiamo iniziare a pensare al livello successivo; la rabbia è l’emozione dell’ingiustizia: ci spinge a difendere i nostri diritti quando sentiamo che sono stati calpestati.
Se, quindi, tutte le emozioni hanno il valore di guida e avvertimento circa la nostra posizione nei confronti dei nostri valori, di ciò a cui teniamo, perché si ha così paura delle emozioni?

Oltre che per la ragione sopra descritta, per cui la società occidentale si presenta come iper-razionalista e relega le emozioni al rango di manifestazioni dei deboli, quando invece la vera forza sta nel riconoscimento dell’uomo come totalità corpo-mente-cuore e nell’accettazione del sé nella sua interezza, un altro motivo per cui si temono le emozioni è la paura che possano essere “pericolose”: la tachicardia che segue ad alcune manifestazioni emotive molto intense, il respiro corto che viene percepito come un senso di soffocamento, un senso di distanziamento dalla realtà, sono alcune delle reazioni fisiche più fastidiose e spaventose che il soggetto può provare. Naturalmente, di fronte a questi sintomi, la prima cosa da fare è approfondire le cause attraverso degli accertamenti. Se il soggetto risulta sano ed il medico esclude qualsiasi causa organica, allora non c’è niente da temere: per quanto invadenti e terrificanti, queste sensazioni passeranno in fretta e non recheranno alcun danno. Per quanto riguarda la rabbia, o l’invidia, invece, il timore più sentito è quello di eventuali gesti impulsivi: in questo caso esistono esercizi psicologici che possono insegnare gli specialisti o addirittura farmaci che possono prescrivere i medici per gestire un’impulsività incontrollata. Ma ciò che si deve eliminare non è l’emozione ma il comportamento, l’azione. La rabbia di per sé, così come l’invidia, non mi obbliga a compiere azioni dannose ma mi spinge a chiedermi se ho subito un torto o a notare una mia carenza rispetto ad un rivale e quindi a migliorarmi.


Dott.ssa Sveva Giribaldi Laurenti
Psicologa Psicoterapeuta a Perugia

Dott.ssa Sveva Giribaldi Laurenti Psicologa Psicoterapeuta
Perugia

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Iscritta all’Albo Professionale degli Psicologi dell'Umbria n. 856
Laurea in Psicologia Clinica - Specializzazione in Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale
P.I. 03137660548

 

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