Sveva Giribaldi Laurenti Psicologa Psicoterapeuta
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Il fanatismo

“Fanatismo” deriva dal latino fanum, una parola che significa “tempio, luogo dedicato alla divinità”. Cicerone per primo utilizzò questo termine per indicare coloro che credevano di parlare a nome degli dei. Nei secoli questa parola ha mantenuto la caratteristica di significare intolleranza ed inflessibilità.

È difficile riuscire a comprendere il fenomeno del fanatismo, ma l'analisi di alcuni meccanismi intrapsichici ed interpersonali possono aiutare a capire questo modo di agire. La prima caratteristica della persona che aderisce fanaticamente ad un'idea, ad una fede religiosa o politica, è una sorta di “debolezza” della propria identità. Infatti l’individuo che non ha un'identità forte aderisce totalmente alla fede che sceglie: egli non fa qualcosa, egli è il suo culto.

La forza di alcune ideologie, infatti, consiste nel mostrare di possedere una risposta comprensiva e totalizzante alle domande esistenziali e alle domande sul mondo e nel tracciare una linea di demarcazione netta e definita fra ciò che è il bene e ciò che è il male. In tal modo le personalità più deboli che non sanno tollerare l'incertezza dell'esistenza si sentono rassicurate nell’obbedire a margini così ben delineati. Un culto, inoltre, di solito fa riferimento ad un leader, un soggetto carismatico dalla personalità molto forte a cui volentieri l'adepto si sottomette sentendosi investito dalla forza delle sue convinzioni e superando in tal modo la propria incertezza e confusione: non è un caso, infatti, che questi tipi di ideologie aderiscano soprattutto sulle persone che hanno subito dei traumi o che hanno patito recentemente un importante cambiamento nella propria vita.

Il soggetto, in questi casi, è pronto e disposto ad investire tutte le sue risorse psicologiche ed eventualmente economiche unicamente nell'oggetto del suo culto. Tutto questo, ovviamente, impoverisce gli altri ambiti della sua vita portandolo ad un legame sempre più stretto col gruppo del culto. Infatti, un'altra caratteristica dei soggetti che aderiscono fanaticamente ad alcuni riti è il senso di appartenenza ad un gruppo che offrono queste ideologie, attraverso cui confortano l’individuo soprattutto se proviene da contesti emarginati (ambienti molto poveri, con bassa scolarizzazione) o emarginanti (ragazzi bullizzati, vedove, persone colpite da crisi economiche): infatti il senso di appartenenza e l’accoglienza che improvvisamente sentono intorno a loro risolve il problema della solitudine e risolleva l’autostima.

Possono esistere anche dei fanatici solitari ma anche il solitario è sempre collegato ad una catena che sebbene non raduni necessariamente gli adepti in un unico luogo, incentiva, mantiene e rinforza questo senso di appartenenza che il soggetto debole va ricercando. I vantaggi dell'appartenenza, però, hanno un costo: infatti qualora il soggetto violasse le rigide regole del gruppo sarebbe immediatamente radiato ed esposto al rifiuto con i conseguenti vissuti di vergogna e le eventuali punizioni per il tradimento. Questa minaccia rafforzerà la tendenza del soggetto a comportarsi in maniera conforme alle regole, in modo da assicurarsi l'accettazione. Molto spesso, infatti, il nuovo adepto subisce l'effetto del cosiddetto love bombing, un vero e proprio bombardamento di affetto quasi asfissiante volto a farlo sentire accolto e appartenente ad una comunità “giusta”, che viene percepito come un senso di benessere e di sicurezza nei confronti di possibili eventi spiacevoli.

Un'altra caratteristica del soggetto che aderisce con fanatismo alle ideologie è di solito uno spiccato senso agonistico: infatti la definizione di sé e del proprio gruppo avviene per contrapposizione con il gruppo dell'altro e il proprio valore è messo in risalto dalla pochezza dell'altro. Pertanto le emozioni prevalenti del fanatico sono l’orgoglio di appartenere ad una certa categoria che sta dalla parte del bene, unito al disprezzo per chi non ne fa parte e all'ostilità verso il nemico. Un’ulteriore caratteristica che mantiene il fanatico nella propria credenza e lo spinge ad evitare di mettere in discussione il culto cui aderisce, sono i cosiddetti bias cognitivi.

Questi sono delle modalità con cui ciascuno di noi e cerca conferma per le proprie credenze; questa ricerca di conferme è un fenomeno molto naturale che utilizziamo tutti, ma di fronte alla falsificazione della nostra ipotesi di solito ci troviamo di fronte a due scelte: 1) abbandonare l’ipotesi ritenendola errata e costruirne una nuova che tenga conto delle nuove acquisizioni; 2) costruire un'ulteriore ipotesi che comunque salvi la prima. Il tentativo di salvare la nostra convinzione è tanto più drastico quanto più fondante è questa convinzione: le convinzioni più difficili da scardinare di solito sono le cosiddette convinzioni morali, cioè quelle che riguardano la scelta del nostro modo di agire.

Naturalmente il fanatico che ha investito tutta la sua personalità e si è identificato totalmente con la sua convinzione ideologica, non potrà in nessun caso mettere in discussione la sua fede, pena la perdita di sé. Per questa ragione osserviamo come persone anche dotate di un buon quoziente intellettivo si ostinino a non riconoscere prove evidenti che disconfermano quanto da lui creduto ed enfatizzino eventi anche minimi che in qualche maniera sembrerebbero salvare le sue credenze: questo fenomeno si che si chiama “attenzione selettiva” è un comportamento che mettiamo in atto quando vogliamo confermare ciò che crediamo vero. Quando utilizziamo l’attenzione selettiva, non notiamo ciò che sta accadendo nella realtà, ma soltanto ciò che è importante per la nostra conferma. Questo atteggiamento è stato riconosciuto da Aron Beck, il fondatore della psicoterapia cognitiva, come un bias, una distorsione nelle modalità di acquisizione delle informazioni, molto diffuso. Il soggetto fanatico, quindi, ricerca solo prove a sostegno delle proprie ipotesi ed ha un'eccessiva fiducia nelle proprie convinzioni.

Il fanatismo, quindi, si caratterizza come il pensiero del “tutto o nulla”, altrimenti detto “pensiero dicotomico”, ossia il fanatico vive in una certezza assoluta senza alcun dubbio della verità di ciò in cui crede. Queste difficoltà psicologiche sono ascrivibili all'ambito metacognitivo, cioè ad una difficoltà di riflettere e riconoscere i propri processi di ragionamento ma la richiesta di una psicoterapia da parte di un fanatico non avviene quasi mai. Normalmente l'abbandono di un rito seguito in maniera fanatica può avvenire quando il perseguimento dello scopo del culto minaccia altri scopi più importanti per il soggetto, per esempio la vita di persone care, oppure quando il soggetto stesso viene deluso ma non nelle aspettative del gruppo, per esempio aspettative messianiche (per questo metterebbe in atto delle distorsioni cognitive che lo aiutino a continuare nella sua convinzione), quanto piuttosto quando viene deluso dal capo del gruppo o dai compagni, soprattutto se vengono scoperti a vivere in maniera incoerente rispetto all’insegnamento del culto: questo tradimento, infatti, viene a toccare profondamente la meta dell'appartenenza che è uno dei primi scopi che porta il soggetto a legarsi a un gruppo di culto.


Dott.ssa Sveva Giribaldi Laurenti
Psicologa Psicoterapeuta a Perugia

Dott.ssa Sveva Giribaldi Laurenti Psicologa Psicoterapeuta
Perugia

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Iscritta all’Albo Professionale degli Psicologi dell'Umbria n. 856
Laurea in Psicologia Clinica - Specializzazione in Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale
P.I. 03137660548

 

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