Sveva Giribaldi Laurenti Psicologa Psicoterapeuta
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Insonnia

L’insonnia viene comunemente definita come una perdurante difficoltà a prendere o mantenere il sonno oppure un risveglio precoce rispetto all’orario abituale, tale che al mattino la persona lo percepisce di qualità insoddisfacente. Essa può presentarsi come disturbo specifico ma anche in associazione con altri disturbi medici o psicologici.

Secondo il DSM V (2014), la classificazione dei disturbi proposta negli Stati Uniti dall’APA (American Psychiatric Association) ed utilizzata in diversi paesi fra cui anche l’Italia, questo disturbo rientra nella categoria dei Disturbi del sonno e per essere clinicamente rilevante deve presentarsi da almeno tre mesi con una frequenza di tre notti insonni per settimana. Inoltre la mancanza di sonno deve causare un disagio significativo nelle ore diurne e la difficoltà deve presentarsi nonostante siano presenti le condizioni idonee per addormentarsi.

Generalmente l’insonnia assume caratteristiche diverse nei bambini e negli adulti: nei primi, infatti, di solito viene riferita dai genitori e non è un bisogno sentito dal bambino stesso; inoltre questo disturbo si presenta come difficoltà ad andare a dormire o restare nel letto o dormire da soli. Si tratta quindi del tentativo di allontanare il momento del sonno, diversamente dall’adulto il quale, al contrario, vorrebbe dormire ma non riesce ad abbandonarsi. In entrambi i casi, comunque, il prolungamento della mancanza di sonno o dei frequenti risvegli notturni comporta la percezione di cali della performance nelle ore diurne. Diverse ricerche, però, fra cui quella di Morin (Morin, 1993), hanno dimostrato attraverso analisi strumentali oggettive (per esempio elettroencefalogramma, e specifici test neuropsicologici) che non vi è alterazione del funzionamento del soggetto dopo una notte insonne; tali ricerche, quindi, evidenziano come le conseguenze di malessere psicofisico avvengano più a livello soggettivo che oggettivo.

Esistono due tipi di insonnia: quella acuta, che dura meno di tre mesi e l’insorgenza è chiaramente collegata ad una causa come dolore fisico, uno stress psicologico o l’assunzione di sostanze; e quella cronica che dura da almeno tre mesi. I parametri che vengono presi in considerazione per la diagnosi di insonnia sono: la latenza di addormentamento (SOL), cioè la quantità di tempo che il soggetto impiega per addormentarsi ed il numero e la durata dei risvegli notturni (WASO). Infatti, sebbene i risvegli notturni di per sé non siano indice di un disturbo in quanto è molto frequente la situazione in cui un soggetto abbia un risveglio di pochi minuti e riprenda facilmente sonno, per gli psicologi sia la SOL sia la WASO diventano clinicamente rilevanti se superano i 30 minuti. Il risveglio precoce non viene ritenuto un parametro in quanto rientra nella difficoltà a mantenere il sonno, anche se ciò si verifica la mattina. Anch’esso dev’essere caratterizzato da un anticipo di 30 minuti sull’orario abituale e da un totale di ore di sonno notturno di almeno 6 ore. Il tempo totale di sonno, infatti, non può essere ritenuto un parametro rigido, in quanto varia fortemente a causa di diversi fattori, primi fra tutti l’età e le abitudini personali.

Un’altra importante Classificazione Internazionale dei Disturbi del Sonno (ICSD-2, 2005), è quella curata dalla Sleep Disorders Association (ASDA). In essa vengono distinti due tipi di insonnia: quella primaria e quella secondaria. Nell’insonnia primaria il disturbo si presenta senza che sia stata rilevata nessun’altra condizione medica o psicologica sottostante. L’insonnia secondaria, al contrario, si caratterizza per la sua dipendenza da cause determinanti sottostanti, come l’uso di droghe o una malattia psichiatrica. L’insonnia primaria è suddivisa in ulteriori categorie:

1) Insonnia da adattamento: è un disturbo acuto che si presenta a seguito di un evento ben identificabile che funziona da stressor per il soggetto rendendolo momentaneamente insonne. Questo tipo di insonnia tende a risolversi con la risoluzione dell’evento, anche se esistono casi in cui l’insonnia si cronicizza e non viene superata dopo l’evento.

2) Insonnia psicofisiologica: sembrerebbe dovuta a due condizioni principali. La prima è la preoccupazione di non riuscire a prendere sonno che determinerebbe un aumento dell’ansia che, in un circolo vizioso continuo, porterebbe difficoltà ancora maggiori a prendere sonno. La seconda sarebbe l’associazione fra la “ritualità” del momento di andare a dormire ed il timore di una notte insonne che comporterebbe al soggetto un aumento dell’attivazione emotiva ed un avvicinamento al riposo in condizioni di agitazione. Questi soggetti, infatti, molte volte riferiscono di riuscire a prendere sonno più facilmente in ambienti nuovi, come in hotel o quando sono ospiti in casa d’altri. Questo si spiegherebbe con la mancanza, in tali circostanze, delle solite abitudini prima di andare a dormire che spezzerebbe la catena ansiogena sopra descritta.

3) Insonnia soggettiva: si caratterizza per la percezione soggettiva di mancanza di sonno in assenza di riscontri oggettivi. Questa insonnia, detta per questo anche “paradossale”, si spiegherebbe ritenendo che l’attività mentale del soggetto che ne soffre continui ad essere vigile anche durante le ore di sonno, impedendo in tal modo al dormiente di distinguere lo stato di sonno da quello di veglia.

4) Insonnia da inadeguata igiene del sonno: è un tipo di insonnia procurata da stili di vita incompatibili con il sonno. Si rileva soprattutto negli adolescenti e nei giovani ed è dovuta a due cause principali: comportamenti che attivano lo stato di veglia (per esempio utilizzo di caffeina, nicotina, sport eccessivo, uso di dispositivi elettronici prima di andare a dormire); comportamenti che disturbano la regolazione del sonno (sonno irregolare, sonnellini pomeridiani troppo lunghi)

5) Insonnia idiopatica: si tratta di un’insonnia molto precoce nell’età a cui non sembra essere legato nessun evento stressogeno e che permane fino all’età adulta.

Per fortuna in psicoterapia esistono diverse modalità per far fronte e superare questo tipo di disturbo che viene percepito come invasivo anche nelle ore del giorno. Fra queste spiccano le tecniche di rilassamento per predisporci al sonno, la mindfulness per silenziare la nostra mente dal suo chiacchericcio costante, la psicoeducazione per imparare a curare meglio il proprio sonno e la ricerca di eventuali fattori interiori che ostacolano il nostro risposo.


BIBLIOGRAFIA

  • APA, American Psychiatric Association, 2013, DSM-V, Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali
  • ASDA, American Sleep Disorders Association, 2005, International Classification of Sleep Disorders (ICSD-2). Diagnostic and Coding Manual
  • Morin C. M., Sone J., Trindle D., Mercer J., Remsberg S. (1993), Dysfunctional beliefs and attitudes about sleep among older adults with and without insomnia complaints. Psychology and Aging, 8, 463-7.

Dott.ssa Sveva Giribaldi Laurenti
Psicologa Psicoterapeuta a Perugia

Dott.ssa Sveva Giribaldi Laurenti Psicologa Psicoterapeuta
Perugia

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Iscritta all’Albo Professionale degli Psicologi dell'Umbria n. 856
Laurea in Psicologia Clinica - Specializzazione in Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale
P.I. 03137660548

 

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