Sveva Giribaldi Laurenti Psicologa Psicoterapeuta
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Storia dell'ipnosi

Possiamo ritrovare scritti sull’ipnosi usata come terapia fin dai papiri egiziani risalenti al terzo millennio A.C. Anche gli antichi Greci e la scuola di medicina di Atenesi si servivano di tecniche molto simili all’ipnosi per curare i loro pazienti e praticare operazioni riducendo il dolore.

Per parlare di ipnosi nel significato moderno del termine, però, bisognerà aspettare il XVIII secolo: infatti, sebbene il termine “psicologia” sia stato usato per la prima volta da Melantone nel 1520, esso non viene comunque utilizzato nell’accezione contemporanea e si dovrà attendere Kant che ne individuerà la specificità dell’oggetto, cioè l’anima che non occupa uno spazio, in contrapposizione all’oggetto della medicina che è il corpo.

La nascita dell’ipnosi si fa risalire a Franz Anton Mesmer, medico tedesco che nel 1766 con la sua tesi Dissertazione fisico-medica sull’influsso dei pianeti, influenzato probabilmente dalle recenti scoperte di Newton, cercò di dimostrare che come gli astri esercitavano una influenza reciproca fra di loro che permetteva l’equilibrio dell’Universo, così anche nel mondo, dovesse esistere una sorta di forza magnetica che metteva in relazione fra loro tutti gli esseri viventi, in modo tale che il comportamento risultasse sempre influenzato dagli altri. Egli chiamò questa “influenza” reciproca “magnetismo animale” e sostenne che esso contribuiva al passaggio di un fluido fra gli uni e gli altri che manteneva l’equilibrio e la salute dell’intero sistema. Dove questo flusso trovava un blocco o veniva ostacolato, quella era la l’origine della malattia. Ristabilendo l’equilibrio dei fluidi attraverso il magnetismo da lui praticato, era possibile restituire la salute ai pazienti. Ma proprio in quegli anni la medicina ufficiale stava muovendo i primi passi verso uno status scientifico che la liberasse dalle pastoie della filosofia in cui fino ad allora era ancora impelagata. Per questa ragione le teorie di Mesmer sembrarono un grande passo indietro rispetto ai livelli di scientificità raggiunti e furono fortemente avversate. Mesmer, quindi, si spostò a Parigi dove invece ottenne un successo strepitoso divenendo uno degli uomini più ricchi e più famosi dei suoi tempi: aveva una tale richiesta di interventi che fu costretto ad eseguire incontri non più singoli ma in gruppo. In questi appuntamenti si serviva di una tinozza in cui poneva elementi magnetizzati che avevano poteri terapeutici di cui poteva usufruire l’intero gruppo. In effetti si assisteva ad un gran numero di remissioni dei sintomi anche attraverso “crisi” piuttosto eclatanti che si manifestavano con convulsioni, risa o pianti improvvisi e immotivati, urla ed altre manifestazioni di questo genere. Mesmer era convinto che proprio da questi comportamenti dipendesse la guarigione : infatti, secondo lui, la malattia doveva raggiungere il culmine per poi poter essere superata. Il mesmerismo raggiunse un tale successo che irritò l’Accademia delle Scienze francese la quale, sollecitata dalla Società Reale di Medicina, spinse Luigi XVI a comporre due commissioni per la valutazione del metodo di Mesmer delle quali fecero parte alcuni dei più grandi nomi dell’epoca come Benjamin Franklin e Lavoisier. Gli esperti si pronunciarono contro il metodo sostenendo che si trattava solo di immaginazione, rimase celebre la frase di condanna: “Il mesmerismo senza immaginazione non produce niente, l’immaginazione senza mesmerismo produce tutto”. In seguito a questo giudizio la teoria del magnetismo animale fu abbandonata e lo stesso Mesmer dimenticato.

Un suo allievo, però, il marchese di Puységur, scoprì il fenomeno che fu definito “sonnambulismo lucido”, probabilmente una forma di induzione ipnotica avvenuta casualmente. Cercando, infatti, di applicare la terapia del maestro ad un contadino che chiedeva le sue cure, il marchese si accorse che questo cadeva in una sorta di stato alterato che però manifestava vigilanza ed attenzione superiori a quelle dello stato cosciente. Egli, dunque, notò due aspetti che ancora oggi sono ritenuti caratteristici della trance ipnotica: la restrizione dell’attenzione e l’ipervigilanza.

In seguito fu un sacerdote di origini portoghesi, Faria, a portare avanti la pratica di questo metodo. Egli utilizzò modalità molto più semplici e prive dell’apparato ritualistico del maestro, Mesmer. Infatti incentrò la tecnica del magnetismo essenzialmente sul rapporto di fiducia che si creava fra paziente e terapeuta, sottolineando l’importanza della suggestionabilità nell’atto terapeutico della magnetizzazione del soggetto. Faria ebbe delle grandissime intuizioni a proposito dell’importanza della relazione con il paziente, ma il suo periodo di celebrità fu di breve durata sia perché il magnetismo ormai aveva perso una buona parte della sua credibilità, sia in seguito ad un intervento che egli compì inconsapevolmente su un soggetto che si rivelò in seguito essere un attore e che ne rovinò definitivamente la reputazione.

L’ipnosi fu, dunque, dimenticata dall’ambito scientifico per lungo tempo. Verso la metà del XIX secolo, però, questa tecnica trovò nuovo interesse in Inghilterra dove il medico scozzese John Eliottson sosteneva di applicarla come anestesia ai suoi pazienti con buoni risultati. Anche in questo caso, però, la medicina ufficiale rifiutò l’utilizzo di questa tecnica gettando il dottore nel discredito. Fu James Braid, medico di Manchester, che nel 1843 pubblicò un’opera in cui veniva usata per la prima volta la parola ipnosi. Egli notò alcune caratteristiche che sembravano accomunare lo stato di trance a quello del sonno, per questo coniò il termine ipnosi derivandolo dal greco hypnos che significa, appunto, sonno, anche se oggi sappiamo che in realtà fra i due stati vi sono numerose differenze. A Braid dobbiamo soprattutto la serietà con cui condusse gli studi sull’ipnosi che permisero a questa tecnica di rientrare a pieno titolo (sebbene le perplessità non cessino) nell’ambito delle terapie scientifiche.

A Parigi il neurologo Jean-Martin Charcot, grande medico e riformatore dell’ospedale della Salpetriere,  riportò in auge l’utilizzo di questa tecnica, soprattutto attraverso la diffusione delle sue Lezioni del Martedì che richiamavano un grande pubblico, ma ritenne che le manifestazioni delle trance ipnotiche fossero caratteristiche della patologia, in particolare dell’isteria. In opposizione a questa teoria, si era sviluppata la Scuola di Nancy, fondata dai medici Auguste Liebeault e Ippolite Bernheim, docente della facoltà di Medicina di Nancy, i quali ritenevano che l’ipnosi non fosse una tecnica applicabile solo in caso di malattia, ma si trattasse di uno stato inducibile anche in persone sane. Con tale affermazione essi volevano sottolineare ancora una volta l’importanza della suggestionabilità nell’uso di questa tecnica.

Pierre Janet, allievo di Charcot alla Salpetriere, considerato il fondatore del trattamento per i disturbi dissociativi, fu probabilmente colui che portò all’apice l’utilizzo dell’ipnosi nella terapia per la risoluzione dei traumi. Proprio attraverso l’ipnosi, appresa da Charcot, Janet mise a punto il suo trattamento in tre fasi giungendo ad intuizioni ancora oggi ritenute fondamentali per  la cura del trauma psicologico. Le sue teorie, però, vennero presto oscurate dall’ascesa di un altro allievo di Charcot: Sigmund Freud. Anch’egli, infatti, apprese la tecnica dell’induzione ipnotica e se ne servì per il celeberrimo caso studiato insieme all’amico e collega Breuer: il caso di Anna O. In seguito alla scoperta della tecnica delle libere associazioni, però, Freud preferì l’utilizzo di questo metodo per accedere all’inconscio dei suoi pazienti e scoprirne i contenuti, abbandonando in tal modo l’ipnosi e fondando la Psicoanalisi che costituirà l’origine della psicologia clinica.

L’ipnosi fu riscoperta dopo la Prima Guerra Mondiale quando i medici cercarono di applicarla per liberare i soldati sopravvissuti dai terribili traumi anche psicologici che riportavano. Nel 1920 fu Hadfield ad utilizzare per primo il termine “ipnoanalisi” inserendola a pieno titolo come pratica terapeutica in psicologia clinica.

Attualmente, fra le forme più recenti di ipnosi, quella messa a punto da Milto Erickson è fra le più conosciute ed utilizzate.

 

 


BIBLIOGRAFIA

  • Godino a., Toscano A., Ipnosi: storia e tecniche, Franco Angeli, 2007
  • Zweig S., Franz Anton Mesmer, Castelvecchi, 2015
  • Ellenberger H., La scoperta dell’inconscio. Storia della psichiatria dinamica, Bollati Boringhieri, 1980

Dott.ssa Sveva Giribaldi Laurenti
Psicologa Psicoterapeuta a Perugia

Dott.ssa Sveva Giribaldi Laurenti Psicologa Psicoterapeuta
Perugia

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Iscritta all’Albo Professionale degli Psicologi dell'Umbria n. 856
Laurea in Psicologia Clinica - Specializzazione in Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale
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