Sveva Giribaldi Laurenti Psicologa Psicoterapeuta
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La regolazione emotiva

A tutti noi è capitato di vivere momenti di stress particolarmente intensi, magari complicati da un coinvolgimento molto forte con le nostre emozioni, al punto che ci è parso difficile modularle. Questa situazione può ulteriormente peggiorare se ci siamo ritrovati a fare o dire qualcosa di cui in seguito ci siamo pentiti. Non abbiamo regolato il nostro comportamento lasciandoci travolgere dalle emozioni. Di solito le due emozioni più difficili da tollerare nella nostra società sono l’ansia e la rabbia.

Da che cosa dipende il fatto che per alcune persone la componente emotiva sia più facilmente gestibile rispetto ad altre?

Le ultime ricerche attribuiscono una notevole importanza in quest’ambito ai primissimi mesi di vita: ancora una volta entra in gioco la teoria dell’attaccamento di John Bowlby. Secondo questa teoria, tutti i cuccioli di mammifero, compreso l’uomo, quando si sentono in condizione di vulnerabilità o pericolo ricercano la vicinanza fisica di un conspecifico più grande e più forte che restituisca loro la sicurezza.

Nell’uomo, la figura che viene ricercata è quella che trascorre il maggior numero di ore insieme al bambino, di solito la madre, ma potrebbe essere un’altra persona, per questo viene definita la “figura di attaccamento”. Questo adulto che viene ricercato può mostrare diversi tipi di reazione alla richiesta di aiuto e la relazione ripetuta fra la diade adulto/bambino sviluppa in quest’ultimo delle aspettative circa il comportamento che avrà la madre di fronte alle sue richieste; dal modo abituale in cui l’adulto risponde ai suoi bisogni, quindi, si generano le modalità comportamentali con cui il bambino entrerà in relazione la F.d.A. per ottenerne la vicinanza. Queste modalità sono state chiamate Modelli Operativi Interni (MOI); questi si generano circa entro i 18 mesi di età e rimangono più o meno permanenti nell’arco di vita dell’individuo, venendo a costituire il modo con cui entrerà in interazione anche quando sarà a sua volta un adulto.

Bowlby e Ainworth hanno dimostrato che quando il bambino richiama l’attenzione della F.d.A. ci sono 3 modalità principali di risposta da parte dell’adulto e quindi tre stili di attaccamento che si generano nel bambino:

  • La madre può mostrarsi sensibile ed empatica, generando nel piccino un attaccamento che viene definito “sicuro”: in questo caso il bambino impara a chiedere aiuto quando un compito è al di sopra delle sue forze, ma impara anche a provare nuovi comportamenti, sapendo di poter contare sempre sulla “base sicura” (Bowlby, L’Attaccamento alla madre, 1969) che è la F.d.A.;
  • L’adulto, però, potrebbe mostrarsi distanziante; in questo caso il bambino svilupperà un tipo di attaccamento definito “evitante”: non chiederà aiuto, imparando in fretta che la modalità migliore per mantenere la vicinanza e l’approvazione dell’adulto sarà quella di mostrarsi autosufficiente reprimendo eventuali emozioni di paura, ansia o rabbia
  • Infine la F.d.A. può apparire ambivalente, cioè preoccupata ed imprevedibile: in questo caso il bambino si mostrerà facilmente sottoposto allo stress ed eccessivamente preoccupato di mantenere la vicinanza con la madre.

Una delle difficoltà che può emergere da un attaccamento insicuro, che sia di tipo evitante o ambivalente, è la regolazione degli stati affettivi. All’interno di un attaccamento sicuro, infatti, il bambino impara a gestire le emozioni passando attraverso il filtro della madre che consolando il bambino lo rassicura e lo aiuta a capire che la sofferenza può essere tollerata, condivisa e che passa. L’attivazione emotiva, infatti, dipende dal sistema nervoso autonomo che attraverso il sistema limbico e l’amigdala, posti nelle parti interne del cervello, genera le reazioni fisiche e psicologiche che compongono le emozioni. L’abbraccio della madre produce un abbassamento dell’attivazione del sistema nervoso autonomo ed induce di conseguenza uno stato di calma nel bambino. Quindi, una volta diventato un adulto, questo bambino saprà gestire le situazioni di stress riconoscendo i propri limiti e ricorrendo, in questo modo, alla consolazione di una persona fidata, un amico o un partner, ritrovando in tal modo la propria calma. Ma gli adulti con attaccamento sicuro possono anche ricorrere a strategie autoconsolatorie, avendo appreso nella prima infanzia come gestire le emozioni provenienti da situazioni in cui si era sentito vulnerabile, pertanto potrà richiamare quella sensazione di sicurezza che aveva interiorizzato attraverso il contatto reale con la F.d.A. nei primi mesi della sua vita.

Un adulto con attaccamento evitante, invece, quando si troverà in uno stato che percepirà come minaccioso, avendo interiorizzato una risposta di disapprovazione di fronte alle richieste di aiuto quando era piccolo, trovandosi nella stessa situazione anche dopo molti anni, utilizzerà le strategie che aveva appreso allora, inibendo le emozioni e svalutando la possibilità di un legame importante attraverso cui ricercare la calma: cercherà in tutti i modi di sentirsi autosufficiente, ma per l’uomo questa situazione è impossibile perché tutti abbiamo prima o poi il bisogno degli altri.

Infine, un bambino che ha avuto una madre che si è mostrata adeguatamente responsiva solo quando i suoi richiami erano particolarmente intensi, svilupperà un MOI ambivalente, che gli farà percepire l’altro incapace di stargli vicino in maniera adeguata nel momento del bisogno e questa percezione la porterà ad amplificare le emozioni di disagio attivate dalla situazione iniziale di vulnerabilità.

E’ importante sottolineare che nessuno di questi tipi di attaccamento è di per sé “patologico”: essi sono soltanto stili relazionali che abbiamo appreso nei primi mesi di vita e non avendone consapevolezza rimettiamo in atto durante le nostre interazioni nel mondo. Inoltre, si presentano come modalità difficilmente modificabili, ma non sono necessariamente tali: qualche volta l’incontro con una persona speciale, una amicizia o prendere consapevolezza dei nostri limiti con l’aiuto di uno specialista può far sì che la persona possa spostarsi da un attaccamento insicuro ad uno sicuro; in questo caso si parla di “attaccamento sicuro guadagnato”.


Dott.ssa Sveva Giribaldi Laurenti
Psicologa Psicoterapeuta a Perugia

Dott.ssa Sveva Giribaldi Laurenti Psicologa Psicoterapeuta
Perugia

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Iscritta all’Albo Professionale degli Psicologi dell'Umbria n. 856
Laurea in Psicologia Clinica - Specializzazione in Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale
P.I. 03137660548

 

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