Sveva Giribaldi Laurenti Psicologa Psicoterapeuta
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Breve storia della Schizofrenia

Fra i primi scritti sulla schizofrenia troviamo quello della seconda metà dell’Ottocento di B. A. Morel (1883) che utilizzò il termine Démence Précoce per riferirsi ad una malattia che rompeva ogni contatto con la realtà. Questo termine fu ripreso da Kraepelin nel 1919 quando identificò una sindrome caratterizzata da insorgenza precoce e decorso infausto che chiamò Dementia Praecox, volendo sottolineare con questo nome proprio la giovane età di insorgenza e la presunta ineluttabilità del destino di chi ne soffriva. In seguito sarà merito di Kraepelin, nonostante le molte critiche che successivamente gli furono rivolte dallo psichiatra Bleuler, la prima sistematizzazione coerente di una varietà di quadri clinici che vari autori prima di lui, come Pinel, Morel, Kahlbaum avevano già descritto fin dall'inizio del XIX secolo. Dopo aver separato questa particolare forma di psicosi dalla Sindrome Maniaco-Depressiva, egli cercò gli elementi unificanti della Dementia Praecox e li trovò nell'età di inizio, nel decorso, nell'esito e nell’eziologia (egli infatti la considerava una malattia a dovuta ad un'alterazione organica del cervello di origine sconosciuta). I sintomi caratteristici includevano: allucinazioni, esperienze di influenzamento, disturbi dell'attenzione, appiattimento affettivo e sintomi catatonici. In quegli stessi anni Bleuler (Bleuer, 1911) coniò per primo il termine “Schizofrenia” con l’intento di sottolineare con l’etimologia di questa parola di origine greca (“mente dissociata”) il tratto caratteristico di questa sindrome che consisterebbe principalmente nella frammentazione della mente, in cui le componenti cognitive, affettive e comportamentali risulterebbero dissociate. Da questa alterazione primaria deriverebbero tutti gli altri sintomi della malattia. Anche Bleuler tentò di fare un elenco gerarchico dei sintomi della schizofrenia e li distinse in: “fondamentali”, detti anche “le quattro A”, e “accessori”. Nelle “quattro A” troviamo: 1) associazione (con cui si fa riferimento alla disorganizzazione del pensiero), 2) affettività inadeguata, 3) autismo e 4) ambivalenza ideo-affettiva. Tra i sintomi accessori, invece, troviamo i deliri, le allucinazioni, le variazioni del tono dell'umore, l’alterazione dello stato di coscienza e le manifestazioni catatoniche. Bleuler non era affatto convinto che i pazienti schizofrenici fossero incurabili né che la schizofrenia insorgesse necessariamente durante l’adolescenza: infatti egli stesso presentò alcuni casi di insorgenza dopo la terza e anche quarta decade di età, facendo esplicito riferimento non ad una malattia ma ad un gruppo di psicosi con incidenza familiare. Lo psichiatra, inoltre, volle sottolineare come fosse possibile l’arresto della malattia a qualche stadio durante la sua evoluzione opponendosi alla visione più pessimista di Kraepelin. Ma è proprio il concetto di demenza che volle mettere in discussione Bleuler in quanto, anche nei casi più gravi, intervallati a discorsi disorganizzati ed incomprensibili, secondo questo psichiatra era possibile cogliere barlumi di riflessioni valide, a differenza dei casi di demenza dovuti ad encefalopatia organica. Anche Freud agli inizi del Novecento elaborò la sua teoria sulle psicosi a partire dal suo concetto di libido, ritenendole inizialmente un improvviso disinvestimento dagli oggetti interiorizzati dovuto ad una profonda frustrazione avvenuta nel mondo reale che avrebbe riportato il paziente ad una fase primordiale di autoerotismo in cui le pulsazioni sarebbero state reinvestite sul Sé. In questo modo Freud riusciva a spiegare anche il ritiro autistico che caratterizza molti pazienti schizofrenici (Freud, 1914). Dopo l’elaborazione del suo modello strutturale, però, rivisitò anche la sua teoria sulla schizofrenia ritenendola un conflitto fra l’Io ed il mondo esterno che sarebbe quindi disconosciuto dal soggetto e ricostruito secondo regole soggettive che non tengono più in alcun conto i legami con la realtà (Freud, 1923). I rapporti fra Bleuler e Freud ebbero fasi alterne, ma si raffreddarono definitivamente quando lo psichiatra svizzero rifiutò di aderire alla Società Psicoanalitica perché ritenuta troppo dogmatica.

Negli anni Sessanta, un ulteriore tentativo di diagnosi operativa della schizofrenia è stato compiuto da Schneider che distinse prima di tutto le abnormità del vissuto, quindi i disturbi soggettivi dell'esperienza, dalle espressioni abnormi, quindi i disturbi comportamentali. Nei disturbi soggettivi l'esperienza delle percezioni distorte e le alterazioni degli impulsi e della volizione sono prevalenti. Dei disturbi osservabili, invece, fanno parte: il linguaggio, la scrittura, la mimica ed il movimento alterati. Schneider, inoltre, individuò sintomi di primo e di secondo rango. Fra i sintomi di primo rango troviamo: le voci udibili, le voci sotto forma di discorsi e repliche, le voci che commentano l'operato del soggetto, le esperienze di passività somatica, il furto del pensiero e altre esperienze di influenzamento, la diffusione del pensiero, le percezioni deliranti e le sensazioni di costrizione della volizione, dei sentimenti e degli impulsi. Fra i sintomi di secondo rango, invece, troviamo: alcuni disturbi psico-sensoriali, l'intuizione delirante, la labilità dell'umore e l’appiattimento affettivo.

Sempre in quegli anni, lo scienziato e filosofo Karl Jaspers coniò la cosiddetta “regola gerarchica dei livelli”, secondo cui la diagnosi doveva essere posta secondo un livello di gravità che andava dal livello più profondo a quello più superficiale: egli organizzò i sintomi psicopatologici in strati o livelli che andavano dal più profondo, cioè i sintomi organici, al più superficiale, costituito dai sintomi nevrotici; negli strati in mezzo si troverebbero la schizofrenia e la sindrome maniaco-depressiva.

Oggi i due principali sistemi di classificazione delle psicosi e della schizofrenia in particolare sono: l’ICD 10 del 1993 dell'Organizzazione Mondiale della Sanità ed il DSM-5 dell’American Psichiatric Association del 2013; essi hanno una formulazione categoriale, cioè danno importanza a cluster di sintomi ritenuti caratterizzanti, e riflettono i criteri originali di Kraepelin, Bleuer, Schneider e Jaspers.


BIBLIOGRAFIA

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  • Gabbard G. O., (2006), Psichiatria Psicodinamica, Raffaello Cortina Editore

Dott.ssa Sveva Giribaldi Laurenti
Psicologa Psicoterapeuta a Perugia

Dott.ssa Sveva Giribaldi Laurenti Psicologa Psicoterapeuta
Perugia

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Iscritta all’Albo Professionale degli Psicologi dell'Umbria n. 856
Laurea in Psicologia Clinica - Specializzazione in Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale
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